Alluvione 6 novembre 1994, via DonizzettiVent'anni sembrano volati via in un attimo, eppure da quella domenica 6 novembre 1994 ne sono successe di cose. Per chi ha vissuto l'alluvione che in quei giorni colpì la città è impossibile non pensare a quei tempi, ricordare l'odore del fango misto alla nafta delle caldaie, il freddo e l'aiuto dei volontari. I volti delle persone che ci hanno assistito e aiutato, quelli che erano accanto a noi in mezzo al fango, sono ancora ben impressi nella memoria. Alcuni sono ancora vivi, qualcuno è morto, ma la loro opera è ancora presente. Oggi il quartiere Orti ha una faccia nuova, camminando per le vie sembra difficile riuscire ancora a scorgere gli angoli in cui gli scheletriti alberi e le carcasse delle auto emergevano dal fango compatto, il giorno dopo in cui le acque hanno iniziato a ritirarsi.

Domenica 6 novembre eravamo tutti a pranzo. Sarebbe potuto succedere un giorno della settimana, con le scuole aperte, o di notte mentre le persone dormivano tranquille ai piani bassi delle case. Fortunatamente era giorno e molta gente era a casa. Erano circa le 14:30 quando l'argine vicino a casa si ruppe scaricando tutta l'acqua per le vie del quartiere. Il timore era tutto per le cantine allagate, nessuno immaginava di finire sotto tre metri d'acqua.

Gli anziani del posto da giorni presidiavano il fiume stilando statistiche sull'innalzamento delle acque nelle ultime ore, l'argine era affollato di persone a passeggio munite di ombrelli e stivali di gomma venute per toccare con mano il polso della situazione. Nessuno pensava a mettere in salvo le proprie cose, o a scappare, o a entrambe le cose. Nelle voci delle persone si leggeva la certezza che intanto non sarebbe successo nulla, che al massimo sarebbero state allagate le cantine, ma nulla di più.

Invece caddero 66 cm di pioggia in poco meno di 48 ore. Già l'inizio dell'autunno fu molto piovoso e le nuove piogge andaro ad alzare ulteriormente i livelli dei fiumi, soprattutto verso valle. Il Tanaro batté in quei giorni ogni record di portata degli ultimi cento anni. La piena iniziò il 5 novembre ma l'allarme arrivò in ritardo, sommergendo per il 50% la città di Alessandria e causando 14 morti. I danni più grossi si ebbero proprio a Ceva, Asti, Alba e Alessandria.

Inizialmente ci fu l'evacuazione. L'elicottero annunciava i punti di raccolta dove i mezzi anfibi attendevano i civili per caricarli e portarli al sicuro. L'importante era censire i superstiti e localizzarli in modo da ridurre il più possibile il numero dei dispersi e fornire informazioni a parenti ed amici in cerca dei conoscenti. Molta gente era restia ad abbandonare la propria casa poiché scettica sulle reali possibilità di crollo della struttura. Purtroppo però il rischio era reale e molte persone poterono rientrare nelle loro abitazioni solo dopo molto tempo, perizie tecniche ed i dovuti lavori di rinforzo.

Subito arrivarono i soccorsi. Ricordo che a pochi metri da casa mia venne allestito il campo della Protezione Civile, che distribuiva viveri, vestiti e materiale da lavoro ai cittadini alluvionati. A fianco della tenda c'erano i gruppi elettrogeni ed un grosso faro che illuminava a giorno la zona. Le pattuglie di vigilanti presidiavano la zona anche di notte poiché si temeva il passaggio degli sciacalli, persone senza scrupoli che approfittando della circostanza si intrufolavano nelle case disabitate per raccogliere quanto possibile. I più intraprendenti presidiavano autonomamente la propria casa accampandovisi nonostante l'ordine di evacuare il quartiere. Esisteva poi una seconda categoria di individui, gli accattoni, che vestiti di stracci e coperti di fango accorrevano al campo per fare incetta di ogni ben di Dio, caricarlo sul pick-up e tornare a casa all'asciutto o a vendere il carico.

Nel frattempo era partita la ricostruzione. In quei mesi le imprese edili avevano molto lavoro e stentavano a stare dietro a tutte le richieste. Altre attività colpite dal disastro avevano chiuso i battenti e si erano riciclate nell'edilizia, inondando il mercato di manodopera a basso prezzo ma con poche qualifiche. Questo causò non pochi problemi nella ricostruzione poiché per risanare le abitazioni erano necessari interventi più invasivi. Complice anche il desiderio di tornare alla normalità che spinse i residenti ad accelerare sui lavori e a soprassedere alla prassi di un lavoro ben fatto, c'era chi ad appena un mese dal disastro stava già inbiancando i muri di casa. Sarebbe stato opportuno scrostarei buri, vuotare le case e lasciare che la brezza primaverile ed il sole estivo asciugasse per bene i mattoni pieni per evitare che il problema dell'umidità che era permeata nei muri tornasse a fare danni nel breve periodo.

Per tanti anni si è discusso per trovare il colpevole o il parametro da monitorare. Tutte informazioni certamente interessanti ma approssimative della realtà e comode solo per la propaganda. Il 31 luglio 2009 il vecchio ponte Cittadella viene iscritto ufficialmente nella lista dei colpevoli e pertanto ne viene preposta la demolizione.

L'estate del 2015 dovrebbe vedere il sorgere del nuovo ponte Mayer, che finalmente ricongiungerà la Cittadella con quello che storicamente fu il borgo da cui nacque Alessandria: Borgo Rovereto.

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